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martedì, 05 giugno 2007

Coffee & Cigarettes

Mi pare una verità incontestabile: quella degli esami universitari è un’istituzione tenuta in vita dalle lobbies del caffè e del tabacco.

 

“Di tutti gli uomini famosi mai vissuti, quello che di più mi sarebbe piaciuto essere è Socrate. Non tanto perché era un grande pensatore, dato che io stesso sono noto per aver avuto delle pensate discretamente profonde, anche se le mie ruotano invariabilmente attorno a una hostess svedese e a delle manette”. (Woody Allen)


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sabato, 26 maggio 2007

Perchè la terra dei cachi...

Legalità [le-ga-li-tà] s.f. la condizione di ciò che è conforme alle leggi: la -– di un provvedimento; agire, rientrare nella  -–, nei limiti consentiti dall’ordinamento giuridico.

 

Ovvero, da 146 anni a questa parte, qualcosa di difficilmente conciliabile col concetto stesso di italianità. Negli usi, negli atteggiamenti, nelle tradizioni italiche, dicesi legalità quella virtù fondamentale quando riguarda il prossimo, facoltativa e aggirabile quando riguarda noi stessi.

 

Uguaglianza [u-gua-gliàn-za], o eguaglianza, ant. iguaglianza, s.f. […] 3 principio etico-politico secondo il quale tutti gli uomini hanno pari dignità umana e sociale e gli stessi diritti |  –- formale, consistente nel garantire in linea di principio a tutti i cittadini gli stessi diritti di fronte alla legge, senza distinzione di razza religione, di sesso, di classe sociale | –- sostanziale, consistente nel rimuovere gli ostacoli di natura economica e sociale che limitano di fatto l’esercizio dei diritti riconosciuti sul piano formale.

 

Ovvero, nella comune accezione italica, discrezionalità. (Es. se tu sei ricco e io povero, dovremmo essere uguali; se io sono ricco e tu povero, stiamo bene così). Per quanto concerne l’uguaglianza di fronte alla legge, l’italiano medio è più che contento di limitarsi, qualora vi trovi una qualche convenienza, ad un’adesione di principio alla sola uguaglianza formale.

 

Ipocrisia [i-po-cri-sì-a], ant. ipocrisia, s.f. simulazione di buoni sentimenti, di buone qualità o buone intenzioni; doppiezza, falsità: nascondere ql.co. sotto la maschera dell’–- | atto, comportamento, discorso da ipocrita.

 

Ovvero, in Italia, consuetudine, soprattutto nell’applicazione contestuale dei principi di legalità ed uguaglianza. (Es. E’ giusto multare il cinese che intralcia il marciapiedi col suo carretto. Ci vuole rispetto per la legalità, non devono esistere zone franche. Tanto, poi, nessuno verrà a multare me perché sto sfrecciando a 60 km/h sul marciapiedi col mio scooterone. E se qualcuno, per sbaglio, lo fa, ho mio zio vigile che mi toglie la multa).

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"Ah, serva Italia, di dolore ostello, nave senza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello!". (Dante Alighieri)


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mercoledì, 09 maggio 2007

Family Day - Istruzioni per l'uso

Superiamo le barriere ideologiche! Prendiamo parte anche noi al Family Day! Qui di seguito, qualche utile informazione per chi intendesse unirsi alla manifestazione.

Prime e seconde mogli. Chi partecipi al Family Day assieme alla propria famiglia, è tenuto a dichiarare in anticipo con quale famiglia ha intenzione di scendere in piazza. Sono ammesse speciali deroghe (previa richiesta da inoltrarsi al Comitato organizzatore) per la prima moglie o il primo marito, i figli di matrimoni precedenti e (soltanto per gli iscritti alle organizzazioni cattoliche) il nuovo compagno della prima moglie (purchè non si tratti di un sacerdote).

Controlli a campione. Per garantire la corrispondenza dei partecipanti ai criteri costituzional-dottrinali, è prevista la presenza di varchi d’ingresso presidiati da personale autorizzato. E’ doveroso precisare che la presenza di amanti, escort e concubine è severamente proibita, e chiunque ne introduca sarà espulso dalla manifestazione. Saranno effettuati dei controlli a campione, nel corso dei quali i manifestanti potranno essere soggetti ad accertamenti (test del DNA per la corretta identificazione dei figli; domande personali, quali “E’ sua moglie, questa? E’ Sicuro? E i bambini sono suoi? Può dimostrarlo in qualche modo?”). Per porre rimedio ai conseguenti, eventuali disagi, sarà presente un’apposita equipe di psicologi.

Security. Chiunque scelga di recarsi da solo al Family Day, sarà di conseguenza segnalato come “individuo sospetto”. Per evitare spiacevoli sorprese e partecipazioni inopportune, sarà reso attivo uno speciale numero verde anti-gay da chiamare in caso di avvistamenti tra la folla. I soggetti in questione, ove identificati, saranno prontamente allontanati dal personale autorizzato.

Primo soccorso. Alla luce delle statistiche inerenti ai casi di violenza familiare, e prevedendo per l’occasione una massiccia partecipazione di famiglie, saranno allestiti dei centri di primo soccorso. Ai manifestanti saranno inoltre forniti dei kit per la cura fai-da-te delle probabili, numerose ferite lacero-contuse.

VIP. Per quanto concerne personaggi noti e personalità politiche, l’ingresso sarà garantito senza controlli preliminari. Si fa avviso a chi fosse interessato ad intervenire che potrebbero verificarsi, in caso di presenza di Silvio Berlusconi, spiacevoli episodi di sovraffollamento (quantomeno se il suddetto dovesse scegliere di presentarsi con tutte le sue famiglie e le giovani badanti al seguito). L’on. Santanchè sarà presente in qualità di presidente del CDpF (Comitato Divorziati per la Famiglia). Ancora incerta la presenza dell’on. Casini, il quale, in ogni caso, si è impegnato a comunicare in anticipo con quale delle sue famiglie preferirà presentarsi.

 

“Ci saranno sempre degli esquimesi pronti a dettare le norme su come devono comportarsi gli abitanti del Congo durante la calura”. (Stanislaw Jerzy Lec)


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sabato, 05 maggio 2007

Vengo dopo il tiggì

Cerco sempre, quando ne ho il tempo e la forza, di guardare più telegiornali e leggere più quotidiani, ovviamente che abbiano editori e orientamenti politici diversi tra loro. L’ho fatto anche ieri, ed ho avuto come un’illuminazione: quella vecchia massima di cui non ricordo l’autore, quella che dice che i fatti non esisterebbero se nessuno li raccontasse, è vera. A fornirmi l’illuminazione è stata la notizia dello sciopero del personale medico degli ospedali; o meglio, il modo in cui la notizia è stata proposta dalle diverse fonti dell’informazione. Il buon Fede e Studio Aperto (mi sento moralmente e professionalmente costretto a sorbirmi anche loro, per dovere di completezza e rigore scientifico) hanno dipinto uno scenario apocalittico: anziani malati abbandonati a se stessi, corsie pullulanti di pazienti ignorati e sofferenti, e così via, ad libitum. Più equilibrate le ammiraglie: il TG5 ed il TG1 hanno detto che sì, lo sciopero c’è stato, ma gli ospedali hanno comunque funzionato, anche grazie ai tanti medici che, pur aderendo formalmente allo sciopero, si sono recati normalmente al lavoro. Più o meno sulla stessa linea il TGla7, ma con lievi differenze nell’impostazione dei servizi. Il TG3 ed il TG2, purtroppo, mi sono sfuggiti.

Comunque, per dire quello che voglio dire, è sufficiente il solo paragone tra TG4 e TG5 (che porca vacca, hanno tutti e due come editore il Portatore Nano di Democrazia, quindi dovrebbero servire lo stesso padrone). L’idea che mi sono fatto è questa: le notizie, semplicemente, non esistono; esiste un modo di confezionare i fatti. E tra le due cose c’è una bella differenza. Due persone, anche simili tra loro per gusti, estrazione sociale, preferenze politiche e quant’altro, possono trovarsi nello stesso luogo, nello stesso momento, assistere al medesimo, identico evento, e poi raccontare, una volta tornate a casa, due realtà completamente diverse. E meno male, dico io. Questo perché, in primo luogo, uno sguardo è uno sguardo, e si dirige dove il suo legittimo proprietario preferisce indirizzarlo. E perché, in secondo luogo, una testa è una testa, e pensa ciò che vuole pensare, talvolta ciò che è abituata a pensare, ma questo è un altro discorso. Ecco, se questo avviene ad una persona armata solo dei propri occhi e del proprio intelletto, non vedo perché non dovrebbe accadere anche a chi aggiunge al corredo una telecamera o una macchina fotografica. Insomma, chi ha tra le mani un obiettivo può decidere dove puntarlo – se sulla corsia di degenti abbandonati e questuanti o sul gruppo di medici che sciopera lavorando. E questo è un problema, dico io. Perché a casa c’è un esercito d’anime pigre pronte a bersi, ogni sera, il pappone preconfezionato che il tiggì ha frullato per loro. E perché le opinioni, anche quelle di massa, anche le più idiote e le più socialmente riprovevoli, non nascono più nelle piazze o nei bar, dove ci si guarda in faccia, ci si accende, magari ci si manda a quel paese, ma per la miseria, almeno ci si confronta – e si scopre, alla fine, di non essere poi tanto diversi, e va anche a finire che ci si offre un caffè. Le opinioni, nell’era del fast food mediatico, nascono a luce spenta e a bocca chiusa, con gli occhi inchiodati su una scatola parlante ed il culo incollato ad un divano, o peggio lavando i piatti, o rassettando la casa, o picchiando tuo figlio, o affogando lo stress in un piatto di spaghetti. Così può capitare che ti ritrovi a dire “medico bastardo” o “bravo dottore”, indifferentemente, a seconda del tasto del telecomando che hai premuto.

 

Se quello della costruzione delle notizie è un problema lieve, o apparentemente tale, quando si tratta di uno sciopero, diventa un problema enorme, e davvero pericoloso, quando si tratta d’un morto ammazzato. Il delitto di Roma, quello della metro, ne è un fulgido esempio. Lo è per la facilità con cui la tragedia autentica di una famiglia si è trasformata, per la presenza di qualche telecamera di troppo, in un manifesto dell’incompatibilità tra “noi” e “loro”. E credetemi, so di che cosa parlo, perché l’energumena bionda, sdentata e urlante che stava fuori della chiesa, il giorno dei funerali, a dire in favore di telecamera “impicchiamoli tutti”, quella che i tiggì hanno mostrato per gonfiare la bolla d’odio della xenofobia di borgata, è la mia dirimpettaia, e conosco il soggetto. E’ una che dice “impicchiamoli tutti” anche quando non passa l’autobus. E’ una che ha quasi tentato di strozzare un tizio sotto i miei occhi, sul mio pianerottolo, soltanto perché le chiedeva, di grazia, di pagare il canone Rai. E’, insomma, un soggetto chiaramente e visibilmente disturbato. Eppure è alle sue urla che si è affidato il compito di raccontare la voce di una città. Alle sue urla e a quelle dei ragazzini che stavano lì sul sagrato a dire “lasciatele a noi, le appendiamo a un lampione”. Perché, chiaramente, le urla pagano, in termini di ascolti. E l’odio indiscriminato per il “diverso” è un messaggio così primitivo, così facilmente recepibile e digeribile, da rappresentare, per una redazione, uno strumento di straordinaria efficacia, quando si vuole fabbricare un’opinione in quattro minuti di telegiornale.

Ecco, dunque, che sono costretto a ripetermi. Le notizie non esistono. Esiste un modo di confezionare i fatti. E dovrebbe esistere, dietro ad esso, un maggiore senso della responsabilità e della misura. Per il bene dei media, ma anche per quello della società che essi pretendono di rappresentare, perché, come scrive Serra, “il nesso tra specchio e specchiato è così forte che alla fine si rischia di assomigliare tutti al mostro deformato che abbiamo davanti agli occhi”.

 

“Bisogna riconoscere un merito alla natura umana: quando non è in gioco l'interesse personale, è molto più pronta ad amare che a odiare. E anche l'odio, attraverso un processo graduale e silenzioso, si può trasformare in amore, a meno che il cambiamento sia impedito da una continua recrudescenza di nuovi stimoli che vadano a irritare l'originaria ostilità”. (Nathaniel Hawthorne)


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venerdì, 27 aprile 2007

Che spettacolo

Stavolta me ne esco con una mega-citazione da “la Repubblica” di ieri. Magari dovrei sforzarmi di elaborare un pensiero tutto mio, ma condivido talmente tanto quello che ha scritto Sebastiano Messina nel suo “Bonsai” che, davvero, potrei essere stato io a scriverlo. Perché (magari sbaglio, e se sbaglio ditemelo) sono ancora convinto che principi come la legalità ed il rispetto per lo Stato dovrebbero essere le pietre angolari di questa società. Perché penso che chi va in piazza, col pretesto della Liberazione, per fischiare Tizio ed aggredire Caio, non abbia ben capito qual è (o quale dovrebbe essere) lo spirito di quella ricorrenza. Perché penso che quelli che usano o sostengono la violenza come strumento politico non siano affatto compagni che sbagliano – penso che non siano neanche dei compagni, ma semplicemente dei delinquenti. Perché non sopporto chi si ritiene unico depositario di fantomatiche verità assolute, chi si appropria di sentimenti ed aspirazioni comuni senza avere l’età, l’esperienza, il senso civico e la cultura storica per farlo. E perché penso che chi la resistenza l’ha fatta davvero, chi l’ha fatta in prima persona, con le scarpe rotte ed un fucile in spalla, se avesse vent’anni oggi, starebbe dalla parte di chi è fischiato, aggredito e minacciato, non di chi fischia, aggredisce e minaccia.

 

“Ah, che spettacolo, se ci fossero stati anche i partigiani del ’45, dietro i compagni che ieri festeggiavano il 25 aprile fischiando il sindaco di Bologna Sergio Cofferati, che si è messo in testa di far rispettare le leggi dello Stato anche ai centri sociali. Ah, che spettacolo, se ci fossero stati anche i partigiani del ’45 dietro i compagni che a Milano urlavano ‘fascista’ al sindaco Letizia Moratti, che pensava di rendere impunemente omaggio ai valori della Resistenza. Ah, che spettacolo, se ci fossero stati anche i partigiani del ’45, dietro i compagni che gridavano ‘servi dei padroni’ a Fausto Bertinotti e a Oliviero Di liberto, non abbastanza comunisti da meritare il loro rispetto. Ah, che spettacolo, se ci fossero stati anche i partigiani del ’45, dietro i compagni che invocavano la liberazione dei valorosi rivoluzionari arrestati a Padova solo perché avevano qualche Khalashnikov, qualche mitra Uzi e qualche mitraglietta Skorpion, e dicevano del giurista Pietro Ichino ‘non è che uno così gli i può fare nient’altro che farlo fuori’. Ah, che spettacolo, se ci fossero stati i partigiani del ’45, dietro questi compagni in marcia. Loro davanti, e i partigiani dietro: a fargli fare tutto il corteo a calci in culo”. (Sebastiano Messina, La Repubblica, 26 aprile 2006)

 

“Quando non tira vento anche il galletto in cima al campanile manifesta del carattere”. (Stanislaw Jerzy Lec)

 


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martedì, 17 aprile 2007

Don't worry, be happy

Da uno studio scientifico commissionato dal Pentagono, emerge un rapporto che ipotizza le plausibili, catastrofiche conseguenze del surriscaldamento globale. E’ curioso che sia proprio il Pentagono (simbolo della potenza militare di quel paese che rifiuta di sottoscrivere il protocollo di Kyoto) a commissionare una ricerca del genere. Ma ragionandoci un po’ su, le ragioni sono abbastanza chiare, soprattutto dopo aver letto il rapporto in questione: delineare i possibili scenari futuri per ipotizzare le strategie militari necessarie per farvi fronte (strategie militari mirate, ovviamente, a garantire la sicurezza americana). Si legge nel rapporto che gli stravolgimenti climatici potrebbero portare, in un futuro non troppo lontano, addirittura allo scoppio di una guerra globale.

Ed ecco il punto: fossi in loro, non mi preoccuperei più di tanto dell’effetto serra. Se si decidono una buona volta a lasciarlo lavorare, Bush lo frega sul tempo.

"I cretini sono sempre più ingegnosi delle precauzioni che si prendono per impedirgli di nuocere". (legge di Murphy, corollario n°8)


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venerdì, 06 aprile 2007

Perchè è un bravo ragazzo...

Così, per dire: oggi compio 28 anni. E ancora non ho capito di chi è la colpa.

 

“Capisci che stai invecchiando quando le candeline costano più della torta”. (Bob Hope)


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domenica, 01 aprile 2007

Considero valore

Considero valore ogni forma di vita, la neve, la fragola, la mosca.

Considero valore il regno minerale, l’assemblea delle stelle.

Considero valore il vino finchè dura un pasto, un sorriso involontario, la stanchezza di chi non si è risparmiato, due vecchi che si amano.

Considero valore quello che domani non varrà più niente e quello che oggi vale ancora poco.

Considero valore tutte le ferite.

Considero valore risparmiare acqua, riparare un paio di scarpe, tacere in tempo, accorrere a un grido, chiedere permesso prima di sedersi, provare gratitudine senza ricordarsi di che.

Considero valore sapere in una stanza dov’è il nord, qual è il nome del vento che sta asciugando il bucato.

Considero valore il viaggio del vagabondo, la clausura della monaca, la pazienza del condannato, qualunque colpa sia.

Considero valore l’uso del verbo amare e l’ipotesi che esista un creatore…

Molti di questi valori non ho conosciuto.

 

Erri De Luca


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sabato, 24 marzo 2007

Una penna nel taschino

Leggendo certi commenti avvelenati sulla liberazione di Daniele Mastrogiacomo non riesco a non pensare al povero Baldoni. E mi convinco che il problema serio, quello che fa storcere la bocca a tanti benpensanti, sta nel fatto che i Mastrogiacomo e i Baldoni di questo mondo non sparano a nessuno, non indossano scarponi e mimetica, non portano una bandiera cucita sulla spalla. Se ne vanno disarmati in mezzo ai proiettili per fare il proprio mestiere: informare, raccontare che la guerra c’è, esiste, fa vittime vere. Ebbene, si tratta probabilmente di un comportamento così assurdo, così “socialmente non codificato”, da essere di difficile comprensione, e dunque facilmente esposto al pregiudizio e allo stereotipo. Molto più facile, per chi una guerra non l’ha mai vista se non al cinema, essere solidale con chi incarna il mito fasullo dell’eroe risorgimentale, dell’italiano forte, generoso e spaccone. Poco importa se anche chi va lì con un fucile lo fa per pagare il mutuo, non per salvare il mondo. Se una divisa addosso fa da salvacondotto per il tabernacolo della solidarietà nazionale, una penna nel taschino ti rende uno “sciacallo” e niente più.

I Mastrogiacomo e i Baldoni non hanno pistole nella fondina. Hanno soltanto la propria vita, e quella mettono nel piatto. Ecco, con tutto il rispetto per chi sceglie altrimenti, la differenza tra un soldato e un giornalista c’è e pesa molto. Si possono portare aiuti tenendo un mitra in spalla, oppure si può andare a mani vuote. Si può accettare che sia la logica delle armi a sancire il diritto (quello alla vita per primo) e ad esportare una sedicente democrazia di forma. Oppure, semplicemente, si può andare incontro alla verità, inseguendo questa passione, assieme sana e folle, di vedere, raccontare e magari capire la vita e la morte, ed il modo in cui sempre più spesso, barbaramente, la seconda ruba troppo spazio alla prima.

 

Forse varrebbe la pena di pensarci: se non esistessero i Baldoni e i Mastrogiacomo, qualcuno potrebbe venire a dirci che la guerra in Afghanistan non c’è, che in Iraq non c’è mai stata, che i Talebani non esistono e che Baghdad è Disneyland. Ma forse, sotto sotto, è proprio questo il punto: forse non saperne nulla ci renderebbe la vita più facile, o almeno non ci manderebbe di traverso gli spaghetti.

 

“In certi paesi i cacciatori di teste non avrebbero un compito facile”. (Stanislaw Jerzy Lec)


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mercoledì, 21 marzo 2007

Questione d'intelligence...

Qualcuno sa dirmi perché non riesco a togliermi dalla testa l’idea che sia andata proprio così?

 

 

 

 

“L’intelligenza militare è una contraddizione in termini” (Groucho Marx)


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venerdì, 16 marzo 2007

Quel signore vestito di bianco

Rieccoci. Ratzinger torna a tuonare contro le unioni di fatto, chiamando i parlamentari cattolici a non votare leggi “contrarie alla natura umana”. La definizione è sfuggente, imprecisa e pure un poco troppo ambiziosa. Come può un Papa (che, per quanto si sforzi d’esser prete, sotto sotto resta un uomo) e con lui tutta una Chiesa (che, per quanto si sforzi d’esser cosa di Dio, sotto sotto è sempre cosa d’uomini) pensare d’esser capace di stabilire cosa rientra e cosa no nella natura umana? Non è questo il primo modo di dare a Cesare quel che è di Dio? Insomma, la natura umana è un argomento un po’ troppo complesso per esser liquidato così, in quattro e quattr’otto.

C’è poi la questione dell’opportunità di dibattito politico su certe sortite papali. Ripeto: opportunità. Troverei scandaloso che qualcuno tentasse di mettere un bavaglio sulla bocca del Papa. Questo è un Paese che garantisce a tutti libertà d’opinione e di parola. Ma nel momento in cui la Chiesa decide di affrontare temi chiaramente politici (come, appunto, quello del riconoscimento delle unioni di fatto), e nel farlo decide di rivolgersi direttamente ai parlamentari eletti dal popolo, allora diventa anch’essa un soggetto politico, e non può quindi aspettarsi che la sua voce non sia soggetta a critiche e discussioni. Non puoi mettere i piedi nel piatto della politica e poi invocare una personale superiorità morale se qualcuno ti contraddice. Questo è un paese laico, e certi comportamenti non sarebbero tollerabili nemmeno se venissero dalla sua massima carica, figuriamoci dal massimo rappresentante di una (ripeto, UNA, ancorché maggioritaria) delle sue confessioni religiose.

 

Subito appresso, Ratzinger ribadisce il suo “no” all’eucaristia per i divorziati. Ma è mai possibile che i papi proprio non vogliano accorgersi di quando sia assurda e anacronistica questa loro pretesa di giocare a fare Dio, scegliendo chi va in paradiso e chi va all’inferno, somministrando o negando sacramenti e moniti, beatificazioni e scomuniche? Ma il primo compito della Chiesa di Cristo non dovrebbe essere di raccogliere attorno a sé i diseredati, i ladri e i peccatori? Quella di Cristo non dovrebbe essere, a rigor di Vangelo, la chiesa degli ultimi? Qual è, dunque, la strategia? Punirne uno per educarne cento? Abbandonare il proprio gregge anziché raccoglierlo? Davvero pensano, nei corridoi del Vaticano, che sia ancora possibile, nel secolo XXI, portare qualcuno a ravvedimento con una bacchettata sul dorso della mano? (E poi, scusatemi la divagazione, voi ci credete davvero che qualcuno troverà il coraggio negare a Casini, divorziato, di ricevere la comunione?).

 

Non una parola (meno che mai un fatto) sulla questione dei sacerdoti pedofili, che oltre ad aver rovinato centinaia di giovani vite hanno letteralmente devastato il cattolicesimo americano e che sono tutti (o quasi) ancora al proprio posto (Bernard Law, ex cardinale di Boston, che ha confessato di aver insabbiato per vent’anni i casi di pedofilia della sua diocesi, è stato addirittura promosso: ora è arciprete in Santa Maria Maggiore, una delle quattro basiliche patriarcali di Roma). Eppure mi pare che, pesando le due questioni, quella della pedofilia sia un tantino più importante di quella del divorzio e della convivenza.

 

Non ce lo vedo, Dio, ad infuriarsi perché una coppia omosessuale ha diritto alla reversibilità della pensione o perché un divorziato riceve un sacramento. Innanzitutto perché il Dio in cui credo (che poi è lo stesso di Santa Romana Chiesa) non si infuria affatto, è misericordioso e amorevole, ama e soffre con quelli che hanno “il cuore rotto e lo spirito contrito”, sta dalla parte dei discriminati e dei reietti, guarda alla purezza dei cuori e delle intenzioni e non agli “umani fatti”. E poi perché un Dio d’amore non può far altro che benedire due persone che si amano, gioire per loro e con loro.

 

La Chiesa pare aver scordato che la fede non è un patrimonio da difendere, ma un tesoro da spendere fino all’ultimo granello. Ha smesso di chiedersi se sta facendo buon uso dei suoi talenti: non se ne accorge (non vuole accorgersene) ma li tiene, da secoli, sepolti nella sabbia. Continua a tenere gli occhi bassi e a levare in alto la propria bandiera. Così in alto da non sentirsi più in dovere di guardarla.

 

“In principio era il verbo, e alla fine le chiacchiere”. (Stanislaw Jerzy Lec)


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venerdì, 09 marzo 2007

Un nome, un programma

Nella puntata di mercoledì de “L’antipatico” si parlava di omossessualità. Il titolo della puntata era il seguente: “Omosessualità: come guarire”. Bello, anzi bellissimo. Un ottimo esempio di divulgazione scientifica. Mi sembra già di vedere i titoli delle prossime puntate: “Eresia: come debellarla”; “Comunismo e antropofagia: come smettere”, “Delitto d’onore: 10 metodi semplici e veloci”,  ecc. ecc…

 

“Trovo la televisione davvero molto istruttiva. Ogni volta che qualcuno mette in funzione l'apparecchio, me ne vado nell'altra stanza a leggere un libro”. (Groucho Marx)


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giovedì, 01 marzo 2007

Venite Adoremus

Tutti gli italiani, almeno una volta nella vita, dovrebbero dare un’occhiata alla sezione che il sito di Forza Italia dedica a Silvio Berlusconi. Un gigantesco esempio di modestia, umiltà, equilibrio, sobrietà.

Dalla pagina dedicata al carattere, che ne descrive la mitezza, l’altruismo, la dedizione al prossimo, il “talento innato”, le “ottime capacità di giudizio, di analisi e di sintesi”, la “logica stringente” il “culto del lavoro e dell’efficienza”; alla tenera pagina sui piccoli segreti di Silvio, che riporta il suo amore per la famiglia, l’aspirazione alla “vita monastica”, le letture dei grandi classici in compagnia degli amici, ma soprattutto, ancora una volta, l’amore per il lavoro e lo studio (unici veri hobbies) e l’altruismo (“da studente di ginnasio, nell’ora di italiano, scriveva non uno ma tre temi, e poi passava gli altri due ai compagni meno dotati...”), le sue qualità di esperto botanico e di linguista latino, ma soprattutto ne riporta la preziosissima prefazione all’ “Elogio della follia” di Erasmo da Rotterdam; alla pagina dedicata allo stile di vita, dalla quale emergono “Una cortesia naturale, un rispetto sincero per i più deboli, uno stile di vita molto semplice”, la mirabile capacita di mantenere il peso-forma a dispetto della golosità, l’amore per le fiabe, dove alla fine “vincono i più piccoli e i più buoni”. Ma soprattutto, sono degne di nota la pagina sugli amici di sempre (dove però, stranamente, dimentica di citare il fido stalliere Vittorio Mangano) e quella sulla traversata del deserto, in cui racconta la sua discesa in campo all’indomani del “golpe giudiziario del ‘94” (pensate che lui, nella sua infinita misericordia, aveva offerto, proprio nel ’94, la poltrona di Ministro degli Interni ad Antonio Di Pietro) e ripercorre le tappe salienti della sua lotta in difesa della “sovranità popolare”.

Mancano, purtroppo, i cenni biografici relativi alla nascita (mancanza dovuta, probabilmente, alla scarsa completezza dei documenti conservati presso l'anagrafe di Betlemme): nessun accenno alla grotta, ai pastorelli, ai Re Magi, al bue e all’asinello. Così come, purtroppo, non vi sono accenni alle numerose profezie che lo riguardano direttamente (sarebbe doveroso riportarne almeno una, Isaia 53, 4-5).

Comunque, per quanto incompleta, si tratta indubbiamente d’opera sacra e mirabile. Propongo d’inserirla nei programmi ministeriali per la scuola dell’obbligo.

Venite, venite! Natum videte regem verecundiae...

 

“Se i giornalisti facessero l'esegesi di quello che dice il signor Berlusconi, vedrebbero che ha sempre ragione”. (Silvio Berlusconi, “L'Espresso”, 11 novembre 1994)

“Non c'è nessuno sulla scena mondiale che può pretendere di confrontarsi con me, nessuno dei protagonisti della politica che ha il mio passato, che ha la storia che ho io. Da un punto di vista personale se c'è qualcuno che ha una posizione di vantaggio questo qualcuno sono io. Quando mi siedo a fianco di questo o quel premier o capo di stato, c'è sempre qualcuno che vuole dimostrare di essere il più bravo, e questo qualcuno non sono io. La mia bravura è fuori discussione. La mia sostanza umana, la mia storia, gli altri se la sognano”. (Silvio Berlusconi, 7 marzo 2001, ore 15:48, ANSA)

 

"Ora basta parlare di me, parliamo un po' di voi. Cosa ne pensate di me?" (Bette Midler)


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giovedì, 22 febbraio 2007

E adesso andate via, voglio restare solo

Carina, veramente carina, ed anche decisamente raffinata, la copertina di “Libero” di stamattina. Signori si nasce. E Vittorio Feltri, immodestamente, lo nacque.

 

Per quanto riguarda quei due signori, i “Cavalieri dell’Ideale”, come li ha ribattezzati Michele Serra, non fatemi parlare… Ci terrei ad evitare l’apologia di reato…

 

“Quando uno stupido fa qualcosa di cui si vergogna, dice sempre che era suo dovere farla”. (George B. Shaw)


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sabato, 17 febbraio 2007

Sì, viaggiare

Sarei curioso di andare, almeno una volta nella mia vita, in quel ridente villaggio dell'isola di Anglesey, in Galles, noto ai più col sintetico nome di

Llanfairpwllgwyngyllgogerychwyrndrobwllllantysiliogogogoch, che sarebbe il più lungo di tutto il Regno Unito, il terzo più lungo del mondo (il nome significa Chiesa di Santa Maria nella valletta del nocciolo bianco, vicino alle rapide e alla chiesa di San Tysilio nei pressi della caverna rossa”).

A quel punto, però, mi sentirei obbligato anche ad andare in Nuova Zelanda, per visitare quella collina nella Hawke’s Bay meridionale, Taumatawhakatangihangakoauauotamateaturipukakapikimaunga-

horonukupokaiwhenuakitanatahu, che vanta il secondo toponimo più lungo del mondo (la traduzione dalla lingua maori è grossomodo Il ciglio della collina dove Tamatea, l'uomo con le grandi ginocchia, che scivolò in basso, salì in alto e ingoiò le montagne per percorrere queste terre, che è conosciuto come il mangiatore di terre, suonò con il proprio flauto nasale per la sua amata”).

Ma dopo aver fatto tanta strada, non potrei tornare a casa prima d'aver visitato anche il luogo col nome più lungo al mondo, cioè Bangkok, il cui nome ufficiale è Krung Thep Mahanakhon Amon Rattanakosin Mahinthara Ayuthaya Mahadilok Phop Noppharat Ratchathani Burirom Udomratchaniwet Mahasathan Amon Piman Awatan Sathit Sakkathattiya Witsanukam Prasit, che letteralmente vuol dire "Città degli angeli, la grande città, la città della gioia eterna, la città impenetrabile del dio Indra, la magnifica capitale del mondo dotata di gemme preziose, la città felice, che abbonda nel colossale Palazzo Reale, il quale è simile alla casa divina dove regnano gli dei reincarnati, una città benedetta da Indra e costruita per Vishnukarn".

Così, per completezza.

 

Se c’è un Dio, che mi dia un segno! Visto? Ve l’avevo detto che il knlupt smflrt glpptnrr…”. (Steve Martin)


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mercoledì, 14 febbraio 2007

Folgorata sulla via di Arcore

Ma la Boccassini non era una pericolosa comunista? E adesso salva il Signor B?

Potere della redenzione…

 

“Questi giudici sono doppiamente matti! Per prima cosa, perché lo sono politicamente, e secondo sono matti comunque. Per fare quel lavoro devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana”. (Silvio Berlusconi, da “la Repubblica”, 5 settembre 2003)

 

Ahimè, sono sicuro che [i magistrati] hanno idee radicate nel passato, nella scuola di Mosca e se andassero a Cuba sono sicuro che tornerebbero solo dopo aver fatto turismo sessuale e senza avere imparato niente”. (Silvio Berlusconi, da “la Repubblica”, 4 febbraio 2006

 

“La magistratura è una malattia della nostra democrazia”. (Silvio Berlusconi, da “Matrix”, Canale 5, 10 marzo 2006)

 

“E’ solo l’errore che ha bisogno del sostegno del Governo. La verità si regge da sola”. (Thomas Jefferson)


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martedì, 13 febbraio 2007

Dormivo, ma ho visto tutto

Mi è sempre stata sulle scatole la pretesa (credo molto italiana) di taluni intellettuali di recensire opere che non conoscono. Un editoriale che inizia con le parole “Premetto di non aver letto il libro… non merita, secondo me, di essere letto. Per inteso, non credo valga la carta su cui è scritto.

Eppure, l’abitudine è diffusa. Al punto che, molto spesso, il pregiudizio dell’editorialista si estende a tutto il dibattito pubblico, dal momento che leggere un articolo di trenta righe è indubbiamente meno faticoso di quanto non lo sia leggere un libro di 400 pagine. “Non l’ho letto, ma non mi piace”. A me ricorda quand’ero bambino e mia madre mi piazzava sotto il naso un piatto di spinaci. “Non mi piaccono!”, dicevo io. “Prima assaggi, poi decidi se ti piacciono o no”, tuonava lei. Eh, la saggezza delle mamme!

 

Da una settimana a questa parte lo pseudo-dibattito si è concentrato sull’ultimo libro di Ariel Toaff, Pasque di sangue (Il Mulino, pp.392, € 25,00). Non ho intenzione di recensire il libro (mancherei dell’esperienza e dell’abilità necessarie). Ergo, posso permettermi di dire che non l’ho ancora letto. Probabilmente lo farò, ma il punto non è questo. Il punto è che il tema affrontato da Toaff è insidioso (l’uso rituale di sangue cristiano da parte di ebrei nei secoli passati), che certo giornalismo italiano non si lascia mai scappare l’occasione per gridare “al lupo” e che quest’occasione era concretamente allettante. Ne è un esempio la critica feroce (e prevenuta, in quanto introdotta dal solito “non ho letto”) della solita Fiamma Nirenstein sul solito “Giornale”.

 

Non mi pronuncio sulla materia del libro. Non posso permettermelo, non avendo documentazione a sufficienza. Certo, è un mito cavalcato dall’antisemitismo militante, come annota giustamente la Nirenstein. E certo, come molti miti è evidentemente falso. E’ un tema pericoloso, dunque: può essere facilmente usato contro gli ebrei di oggi, così come è stato tragicamente usato contro gli ebrei di ieri (basti pensare ai Pogrom, che spesso scaturivano proprio da credenze di questo genere); può servire da supporto a disegni criminali; può giustificare alcune atrocità ed oscurarne altre. Ma le tesi di Toaff (che non è esattamente un David Irving, né un Israel David Weiss, giacché vive e insegna in Israele) non mirano a confermare questo mito, non mirano a vestirlo di verità. Quanto al metodo di ricerca, anch’esso aspramente criticato, è lo stesso usato da Carlo Ginzburg, e da Le Roy Ladurie prima di lui. Ariel Toaff tenta la via della “Storia dal basso” per capire se questo mito sia stato sempre e soltanto tale, se non ci sia stato, nella storia remota dell’ebraismo, magari un solo caso che a questo mito abbia dato un fondamento di verità. Non si tratta, per Toaff, di giudicare se il blood lebel sia o no una gigantesca mistificazione, ma di comprendere se all’origine di tale mistificazione ci sia stata una scintilla, anche una sola, capace di dar vita ad una tale esplosione d’odio.

 

Qual è l’utilità di un così faticoso e rischioso esercizio d’analisi critica delle fonti?  Il solito, quello di tutta la storiografia, da Jaques Le Goff in avanti: risalire alle verità del passato per dare una spiegazione a quelle del presente. Ne vale la pena, quando ci si incammina su un terreno minato come questo? Forse no, ma chi può dirlo? E soprattutto, chi può permettersi di dirlo prendendo in analisi le sole conclusioni del saggio, saltando a piè pari la parte che più conta, ossia il percorso attraverso cui si giunge a tali conclusioni?

 

Mettiamo in chiaro una cosa: non ho la minima intenzione di prendere le parti di Toaff. L’ho già detto: leggerò il libro, e dopo averlo letto trarrò le mie conclusioni. Per ora, non voglio parlarne né bene, né male. Voglio soltanto precisare che trovo ingiusto e presuntuoso giudicare ciò che non si conosce.

Insomma, forse ha davvero ragione la Nirenstein. Forse il saggio di Toaff è una gigantesca accozzaglia d’infamie, un’operazione politica, un nuovo, pericolosissimo “protocollo”. Ma per dirlo dovrebbe prima leggerlo. Se vuole leggerlo, che lo faccia. Se non vuole, lasci stare, ma eviti – per favore – di giudicarlo.

 

“Rifletti, prima di pensare”. (Stanislaw Jerzy Lec)


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martedì, 06 febbraio 2007

Cronache dal mondo di San Precario

Settembre 2002.

Finalmente ho trovato un lavoro. Cavolo, non mi sembra vero. E mi hanno praticamente cercato loro, non ho dovuto alzare un dito. Mi chiama un’amica e mi dice “c’è questo tizio che vuole parlarti… fissiamo un colloquio?”. Certo, che lo fissiamo. E il colloquio va pure bene: il tizio mi parla di un lavoro interessante (non è il sogno della mia vita, ma si può fare) e poi mi dice che ci sarà da lavorare tanto. “La paga è 500 al mese, CON CONTRATTO. L’orario dalle 8:30 alle 19:00. Ci saranno degli straordinari da fare, di tanto in tanto, ma quelli, mi dispiace, non posso proprio pagarteli. Ci stai?”. Ci sto. Certo, non  mi  strapagano, ma è pur sempre un lavoro in regola (io credevo che fosse una specie di leggenda metropolitana, ‘sta storia dei contratti).

Fatto sta che inizio a lavorare. Ed aveva ragione, il tizio. C’è veramente tanto da fare. Sugli straordinari non pagati, invece, non s’era spiegato bene: non sono “di tanto in tanto”, gli straordinari. Anzi, se restiamo al significato letterale non sono nemmeno “straordinari”, visto che li faccio tutte le sere, a volte fino a notte inoltrata.

Dopo un paio di settimane vado dal tizio e gli faccio presente che il famoso contratto di cui s’era parlato non s’è ancora visto. Lui mi dice “tranquillo, fra tre mesi firmiamo, è la prassi”. Ah, ecco, è la prassi. Non s’era parlato di prassi, al colloquio.

 

I fatidici tre mesi passano a stento, il lavoro cresce di giorno in giorno, la mia scrivania scricchiola sotto il peso delle pratiche che si accumulano di giorno in giorno, di notte in notte. La pausa-pranzo non è contemplata (si lavora con un panino in mano). Ci scappa anche di lavorare il sabato e la domenica, sempre più spesso. Per i primi due mesi mi paga in contanti, sottobanco. Ma tiro diritto, in fondo il lavoro mi piace. E poi ci tengo a fare una buona impressione. E soprattutto ci tengo a mettere la mia firma in fondo a un pezzo di carta.

Finalmente arriva, ‘sta benedetta fine del benedetto terzo mese. Il tizio mi chiama nel suo ufficio e mi passa una busta. Poi mi allunga sotto il naso un foglio. “Ecco il contratto!”, penso. No, non è il contratto. E’ una ricevuta. 500 euro al lordo della ritenuta d’acconto. Il che vuol dire 400 euro.

 

E il contratto?”, dico. “Le cose sono cambiate”, mi fa lui, “gli affari non vanno molto bene… non posso permettermelo, un contratto. Ma è per iniziare, no? Intanto goditi         questi, poi chissà, magari ci scappa qualche gratifica, se fai il bravo”. Qualche “gratifica”? Ma come qualche gratifica? Si chiama “contratto”, la mia gratifica. E’ per quello che sto dando l’anima. E poi c’è poco da fare il bravo. Non è un lavoro, questo. E’ un sequestro di persona.

“I patti non erano questi”, gli dico.

“Mi dispiace”, dice lui.

Mi dispiace una mazza, bastardo d’un pescecane. “E se tra due mesi gli affari cominciano ad andare di male in peggio, e lei mi da un calcio nel culo?”. Non mi guarda nemmeno, ha gli occhi piantati sulla penna stilografica che si rigira tra le dita. “Ci vuole fiducia”, mi dice. “Vedrai che va tutto bene… torna al lavoro, dai”.

Non cedo. Gli dico “e poi guardi, non è per fare il puntiglioso, ma a me risulta che la ritenuta sia a carico del datore di lavoro… ci siamo accordati per 500, no? Se erano 500 lordi doveva dirmelo prima”. Adesso, se non altro, mi sta guardando. Ed è sconvolto, paonazzo, quasi non ci crede. Forse, per la prima volta in vita sua, s’è accorto d’avere a che fare con un essere senziente, non con un mucchio di carne. Mi dice “senti, bello, io non lo so che ti sei messo in testa, ma qua le regole le fa chi paga, non chi lavora… se ti sta bene è così, sennò quella è la porta e tanti saluti. Dovresti ringraziarmi che ti pago. Non lo sai che tanta gente, alla tua età, lavora gratis? E poi scusa, ma che te lo devo dire io? Pigliati ‘sti 400 euro e non fare storie. Meglio un uovo oggi che una gallina domani, no?”.

No. Io non mi arrendo ad essere preso per il culo, grazie. Finchè ho la forza e l’incoscienza che servono, continuo a cercare la gallina, grazie. L’uovo te lo fai al tegamino, grazie.

 

“L'utopia sta all'orizzonte. Mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi. Faccio dieci passi e l'orizzonte si allontana di dieci passi. Per quanto cammini, non la raggiungerò mai. A cosa serve l'utopia? A questo: serve a camminare”. (Eduardo Galeano)


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lunedì, 05 febbraio 2007

Progrès, mon amour

Leggo su “la Repubblica” che un’università australiana, la “La Trobre University” di Melbourne, ha deciso di dotarsi di bagni riservati agli studenti di religione islamica. Tanto per mettere in chiaro che si tratta di bagni riservati, l’ateneo, in accordo con le autorità islamiche locali, ha preferito dotare le serrature di un codice di sicurezza segreto. Il tutto perché i bagni “normali” non erano attrezzati per permettere agli studenti musulmani di lavarsi i piedi prima della preghiera. Ah, il progresso! Ma non bastava, dico io, aggiungere dei semplici, democratici, multiconfessionali bidet?

 

“L'uomo ragionevole adatta se stesso al mondo, quello irragionevole insiste nel cercare di adattare il mondo a se stesso. Così il progresso dipende totalmente dagli uomini irragionevoli”. (George B. Shaw)


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sabato, 03 febbraio 2007

Non superare la linea gialla

E’ nato, su splinder, “Non superare la linea gialla”, il blog dei clochard di Milano… Una bella iniziativa per dare voce a chi spesso non ne ha…

Fateci un salto!


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